Nov 16

Sono sempre più convinto che la neurochirugia funzionale sia una delle strade della medicina del futuro, nonché la strada che vorrei percorrere nella mia vita professionale.

Il paziente di oggi, un giovane paziente con Parkinson ormai resistente alla Levodopa poteva essere costretto ad arrendersi a una delle malattie più debilitanti che conosciamo.

Arrivo in sala operatoria con il Prof. Pavese, uno dei neurologi dello staff del Charing Cross Hospital, l’ospedale che fra poco diventerà la mia seconda casa londinese, almeno per qualche settimana. Il paziente è già immobilizzato, cerchio stereotassico posizionato, pronto per la prima scansione CT. Fusione delle immagini di MRI. Ritorno in sala. Inizia l’intervento. Il mio Consultant, Mr. Nandi (qui i chirurghi si chiamano Mr e Miss), inizia il posizionamento del primo elettrodo che subito viene “checkkato” dai neurologi. Poi si procede con il secondo, più difficoltoso, ma posizionato quasi in sede. Traiettoria perfetta ma troppo in profondità. Si aggiusta. “Checkkato” anche il secondo.

Quando l’elettrodo viene acceso, la rigidità agli arti superiori diminuisce, la precisione del movimento ripetuto aumenta. Il paziente, sveglio come durante tutto il resto dell’intervento, si sente meglio. Sente di poter controllare meglio il proprio corpo e il suo movimento. La soddisfazione è grande o, perlomeno, il paziente e io, seppur per motivi diversi, siamo ambedue entusiasti, very excited, direi.

La DBS (deep brain stimulation) è la tecnica utilizzata, fra gli altri, nel trattamento delle forme di Parkinson resistente alla Levodopa in pazienti sotto i 65 anni e selezionati secondo altri criteri ben precisi (che non è il caso di discutere qui) ma che, ragionevolmente, possono trarre beneficio, appunto, dall’impianto di elettrodi nel talamo ed in particolare nel nucleo subtalamico. La scarica elettrica attiva questi neuroni che, tramite un meccanismo di inibizione dell’inibizione, danno come risultato il miglioramento della sintomatologia parkinsoniana, e, in particolare, il tremore e, ancor più, la rigidità e la bradicinesia.

Decisamente innovativa e, soprattutto, quando ne fai (come qui) praticamente una a settimana, decisamente bello aver fatto la scelta di poter essere qui, adesso.



Ago 8

Ieri notte, alle 20:00, iniziava il mio primo turno in ambulanza con il 118. Ma non era solo il mio primo turno di primo intervento, era il mio primo incarico, la mia prima esperienza, il mio primo vero “giorno di lavoro” inteso in senso marxiano e, cioè, eseguito e retribuito. L’ansia mi assaliva dal secondo successivo al quale avevo dato la mia disponibilità al coordinatore dei medici del primo soccorso della Bassa Val di Cecina e, nonostante le sue rassicurazioni, il mio stomaco si apriva con difficoltà da almeno 12 ore. Pensavo a tutto ciò che mi sarebbe potuto accadere e a come avrei dovuto agire, quale protocollo attivare, quale procedura iniziare. Cosciente di avere una ottima preparazione teorica, hai sempre il dubbio di non essere all’altezza della situazione reale. Solo l’esperienza e l’abitudine ti scacciano via dubbi e incertezze ma, io ero all’inizio di questo lungo percorso che era la mia vita professionale.

Vestito di tutto punto, esco di casa fra gli immancabili incoraggiamenti dei miei immancabili familiari; Juli mi fa da autista e da sostegno fino all’arrivo alla postazione. Ora sono io. Entro. Tempo zero, la prima chiamata. Crisi Epilettica tipo Assenza a Donoratico. “Via, vai te!” mi dice il medico che sta smontando. Andrò. Vado. A sirene spiegate, seduto davanti, è tutta un’altra storia. Salgo le scale, visito, tutto bene. Mentre faccio il verbale, Codice Rosso a Bolgheri: aggressione. E via così. Medico le ferite. Portiamo al pronto soccorso per motivi medico legali. Rientro in sede…no, altro Codice Rosso a La Zattera. ECG, Saturazione, Pulsazioni, Parametri Vitali. Aveva bevuto un pò troppo, ma stava bene. Rientro in sede. Ore 00:00. Come battesimo non è stato per niente male. Ma non è finita. Ore 02:15. suona quella suoneria inconfondibile e assordante. Crisi asmatica non controllata dalla guardia medica sul luogo. Io sospetto una embolia polmonare. Pronto Soccorso. La lasciamo e torniamo, questa volta definitivamente in sede.

Prima notte della mia vita terminata. Mi sento cresciuto, più grande. La paura era sparita con il passare dei minuti. Ero stato all’altezza del mio lavoro. Niente panico, l’ansia resta come è giusto che sia: l’ansia, entro questi limiti, acuisce attenzione e capacità intellettive.

Grazie a chi c’era, prima, durante e dopo il turno. Grazie ai volontari, impagabili per competenza e simpatia.

La prima notte è passata ma non la dimenticherò mai.



Lug 17

Quando ho chiamato il medico di famiglia da cui ho fatto il tirocinio per comunicargli che avevo superato con successo l’esame di stato per l’abilitazione alla professione di medico chirurgo, lui mi ha detto: “o bravo, ora sei diventato un dottore…intero!” Dentro quell’intero c’erano tutte le aspettative di anni di studio, di fatiche più o meno ricompensate, di gioie e di incazzature. Dentro quell'”intero” c’era quella soddisfazione a metà data da una laurea in medicina che ti chiude un percorso ma che non ti apre ancora definitivamente la porta del mondo del lavoro. Ma, ora, quella porta è spalancata ed è arrivato il momento di uscire con la determinazione di poter dire la mia, con la voglia di stupire e, soprattutto, di essere utile: questo è ciò che mi ripeterò ogni volta che indosserò quel camice che mi guarda da dentro l’armadio e quella divisa verde, con orgoglio e con umiltà sotto la mascherina. Continuo a pensare che questo esame sia una formalità del tutto superflua considerando i 6 anni di medicina cui siamo stati sottoposti ma, ora, voglio goderne l’esito, come un ulteriore prova da raccontare, come un altro brivido di incertezza nell’attesa dei risultati da vivere, come un altro traguardo cui ambire, come la gioia nel varcare questo traguardo.



Lug 1

Avviata la fase 1 del progetto tutto italiano che prevede l’innesto di cellule cerebrali prelevate da feto morto nel midollo spinale di 18 malati di sclerosi laterale amiotrofica. Il test servirà a verificare la sicurezza della tecnica. L’obiettivo finale è vedere se le staminali riescono a bloccare la degenerazione dei motoneuroni

ROMA – Lo studio è ancora nella fase 1, ma potrebbe rappresentare una svolta nella ricerca di una cura per chi è affetto da malattie neurodegenerative. Per la prima volta al mondo, un team di ricercatori italiani ha eseguito un trapianto di cellule staminali di cervello umano prelevato da feto morto nel midollo spinale di un malato di sclerosi laterale amiotrofica. Il progetto, annunciato lo scorso marzo da Angelo Luigi Vescovi, direttore scientifico dell’Ircss Casa sollievo della sofferenza opera di san Pio da Pietrelcina di San Giovanni Rotondo, era stato autorizzato dall’Istituto superiore della Sanità. La fase preliminare prevedeva l’arruolamento dei pazienti, poi la sperimentazione e infine l’invio del dossier scientifico ai comitati etici dei vari centri ospedalieri coinvolti nello studio.Ora il reclutamento è stato compiuto e il primo dei 18 malati inseriti nel progetto è stato sottoposto al trapianto. L’obiettivo finale dello studio è verificare se attraverso l’innesto di staminali cerebrali nel midollo spinale è possibile fermare o almeno rallentare il processo degenerativo e la morte dei motoneuroni, che causano la paralisi alle persone affette dalla Sla. L’obiettivo immediato, invece, essendo uno studio di fase 1, è verificare la sicurezza delle procedure di trapianto e l’innocuità delle cellule. Non si tratta, quindi, di una cura per la Sla, ma la condizione clinica dei pazienti sottoposti a trapianto sarà monitorata nei mesi e negli anni a venire e dall’evoluzione della malattia dipenderà il passaggio alle fasi successive del progetto.

L’operazione – Il paziente, un 31enne affetto da Sla, ha ricevuto nel midollo spinale tre iniezioni contenenti poco meno di due milioni e mezzo di cellule cerebrali prelevate da un feto morto per cause naturali, da una “fonte” dunque che ha consentito di eliminare qualsiasi dubbio etico rispetto all’intervento. Le cellule staminali sono state trapiantate in prossimità delle cellule nervose che controllano il movimento (motoneuroni), quelle che nella Sla muoiono gradualmente, paralizzando progressivamente i muscoli e fino a causare la morte del paziente. Il paziente si è risvegliato in buone condizioni cliniche e psicologiche.A promuovere la sperimentazione – la prima al mondo di questo genere di natura interamente filantropica e quindi non-profit – è stata l’associazione Neurothon Onlus (www.neurothon.com), presieduta dal vescovo di Terni, Vincenzo Paglia. Oltre all’istituto di San Giovanni Rotondo, contribuiscono al progetto il Centro SLA dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara e la Fondazione Cellule Staminali (www.cellulestaminaliterni.it), presieduta da Enrico Garaci. Ulteriore sostegno è fornito dall’Associazione Pro Roberto onlus di Gavoi (Nuoro), dalla Fondazione Stefano Borgonovo (Milano) e dalla Fondazione Milan A.C.

da “La Repubblica” del 27 giugno 2012



Giu 12

Quello che segue, come il microchip nel cervello di qualche giorno fa, rappresenta un sogno della medicina. Mi piacerebbe far parte di questo sogno perché è anche il mio.

I topi paralizzati riprendono a correre
I ricercatori: “Test sull’uomo fra pochi anni”

Su New Scientist i risultati insperati ottenuti al Politecnico di Losanna. I ricercatori hanno applicato un metodo che combina un intervento di “risveglio” dei neuroni “dormienti” del midollo spinale e una riabilitazione sostenuta da un sistema robotizzato

ROMA – Topi paralizzati in seguito a gravi lesioni spinali hanno ripreso a camminare e correre grazie a una innovativa tecnica di riabilitazione combinata messa a punto da un team di ricercatori svizzeri del Politecnico federale di Losanna. Lo studio e i risultati della sperimentazione sono stati pubblicati sulla sito New Scientist e sulla rivista Science.

Il metodo, che apre nuove prospettive della ricerca sulle possibile terapie per affrontare la paralisi anche negli uomini, è stato realizzato attraverso due fasi. La prima è consistita nel “risveglio” dei neuroni dormienti, ottenuto con una stimolazione di tipo elettro-chimico; la seconda è stata una riabilitazione vera e propria, condotta con l’ausilio di un’imbragatura guidata da un sistema robotizzato.

Come illustrato dallo studio su Science, per dare la sveglia ai neuroni “dormienti” del midollo spinale, si è cominciato iniettando una soluzione ricca di molecole attivatrici (chiamate “agonisti delle monoamine”) che si legano ai recettori di dopamina, adrenalina e serotonina, preparando le cellule nervose ad agire per coordinare i movimenti degli arti inferiori al momento giusto. Dieci minuti più tardi, si è proceduto con una stimolazione elettrica del midollo spinale, impiantando gli elettrodi nella parte più esterna del canale vertebrale, il cosiddetto spazio epidurale.

I topi così trattati sono stati quindi messi alla prova posandoli sulle zampe posteriori sopra una superficie piana e inducendoli al moto attravero un’esca a vista, un pezzo di cioccolato posto poco distante. In questa fase gli animali sono stati sostenuti da una piccola imbragatura collegata a un sistema robotizzato che interviene nel caso che il topo perda l’equilibrio. Il test è stato ripetuto fino a quando ha ottenuto un risultato insperato.

“Dopo un paio di settimane di neuroriabilitazione – spiega nello studio il coordinatore del  team di Losanna, Gregoire Courtine – i nostri topi non solo cominciano a camminare volontariamente, ma riescono anche a sprintare, salire le scale ed evitare gli ostacoli”. Courtine si dice ottimista riguardo alle future possibili applicazioni per la salute umana, e pensa che nel giro di un paio di anni possa cominciare la sperimentazione presso il centro specializzato per le lesioni del midollo spinale del Balgrist University Hospital di Zurigo.

da www.repubblica.it



Giu 4

Mente bionica, un chip nella testa e la tecnologia creò il supercervello

Sistemi informatici che permettono ai ciechi di vedere, protesi cibernetiche per far camminare i disabili. La medicina hi-tech trasforma sempre più l’uomo in una macchina. E avvicina la realtà alla fantascienza. Impiantato nel cranio un software può ridare la parola ai pazienti che l’hanno persa. E gli scienziati già si domandano se finiremo tutti teleguidati come in Johnny Mnemonic

dal nostro inviato ANGELO AQUARO

NEW YORK – E adesso chi ce lo toglierà più dalla testa? Una volta che l’impianto sarà lì bello e piazzato, più o meno gentilmente infilato sotto pelle, giusto un pelino sotto, tra la calotta e il cervello vero e proprio: chi ce lo potrà più togliere dalla testa?

No, inutile ritirare fuori i soliti incubi da fantascienza. Il professor Frank Guenther, per esempio, capo del dipartimento Cognitive and Neural Systems dell’Università di Boston, ha poco da spartire col Keanu Reeves di Johnny Mnemonic. Eppure il professore ha fatto nella realtà quello che il film tratto dal romanzo di William Gibson immaginava: ha aperto il cervello di un tizio e ci ha infilato dentro una simpatica macchinetta. L’apparecchio serve a trasformare in linguaggio i pensieri del volontario: impossibilitato a parlare dopo un incidente terribile. L’operazione funziona così. Questa specie di elettrodo viene piazzato sotto la calotta, al confine della zona della corteccia cerebrale predisposta al linguaggio. L’apparecchio rivela gli impulsi del cervello e li trasferisce via radio (e già: in modulazione di frequenza, come viaggiano le canzoni e le news) a un microcomputer esterno che trasforma l’ordine in un programma di sintesi vocale, tipo quelli usati negli ultimi iPhone. Risultato: il paziente che non poteva parlare adesso parla. Tempo rilevato tra la trasmissione degli impulsi e l’ascolto della voce elettronica: 50 millisecondi. Cioè lo stesso tempo medio che tutti noi impieghiamo a trasferire i nostri pensieri alla bocca: anche se non sempre diamo l’impressione che il cervello sia collegato.

Da repubblica.it di oggi

Continua a leggere l’articolo su repubblica.it



Giu 1

Stamani sono entrato in sala operatoria alle 10 e poteva rischiare di essere un’altra giornata da visitor. Una di quelle giornate a commentare le immagini viste in laparoscopia di una resezione del colon discendente per un carcinoma. Ed invece l’intervento si è fatto sempre più complicato tanto che, ad un certo punto, il Dott. Buccianti si è visto costretto alla conversione da laparo a open della colectomia. L’omento risultava mal dissecabile, i punti di repere irreperibili, la visuale fra le più pessime. Si è deciso per la conversione in open. Questa piccola sfortuna per il paziente (sfortuna lunga circa 30 cm di cicatrice, purtroppo) mi ha permesso di diventare il terzo chirurgo. E così, il dott. Buccianti mi chiede: ti sei mai lavato? e io, con orgoglio: Si! Bene- dice lui- è il tuo momento. E’ sempre una bellissima emozione quando qualcuno ti da fiducia e ti insegna. Specie in sala operatoria. Le successive quattro ore sono state stancanti ma la soddisfazione che ti da una sala operatoria è difficile trovarla altrove.



Mar 21

Penso che oggi, senza alcun dubbio, sia stato uno dei giorni più belli della mia vita e il concetto di “primo giorno di primavera” lo esprime in modo sublime. Ho sognato questo momento per anni e adesso che è arrivato non me ne rendo ancora conto. Stamani mi sono svegliato, ho riguardato la presentazione della Tesi, mi sono vestito e alle 8 e 15 ero nell’aula magna della scuola medica per evitare disguidi tecnici. Il tutto completamente inebetito e con uno stato di tranquillità non senza un pizzico di incoscienza per ciò che stavo andando a realizzare. Ansia… ma, allo stesso tempo, immensa felicità: me lo dovevo godere, era il mio giorno, una quantità di amici spropositata era lì per me, per sostenermi e omaggiarmi, sapevo che non avrei potuto deluderli per niente al mondo. La mia famiglia agognava questo giorno, forse più di me, da tanto tempo e io non potevo tradirli. La mia ragazza mi aveva sopportato anche troppo: ora dovevo ringraziare anche lei. Penso di averlo fatto nel migliore dei modi cercando di far rendere orgogliose di me tutte le persone che erano lì per me. Ho esposto la tesi con tranquillità cercando di non smanaccare troppo ma non penso di esserci riuscito con successo. Ho risposto a ben tre domande della commissione di laurea e mi sono difeso bene. Il Prof. Miccoli, il mio Prof. Lutzemberger (che era smontato di notte e che ringrazio ancora) e il resto della commissione sono stati favolosi anche se, a tratti, un po’ chiassosi. Mi han dato 110 e lode e l’unica cosa che mi ricordo di quel momento è stato lo sguardo di Miccoli e il tifo da stadio con l’applauso più bello che abbia mai ricevuto. Poi il rinfresco a casa a Pisa, i regali, gli amici, la famiglia che non ringrazierò mai abbastanza. La sera i parenti, di nuovo i regali, i loro auguri. Oggi, lo ribadisco, è stato senza dubbio uno dei giorni più belli della mia vita.



Nov 22

Sei anni fa pensavo spesso al momento in cui avrei dato l’esame di Chirurgia Generale. Avrebbe voluto dire vedere la fine, o, perlomeno, l’obiettivo da raggiungere perché dopo quello ci sarebbe stata la Laurea e poi Medici Senza Frontiere e il sogno di una vita: salvare vite. Oggi questo è successo ed ho “superato con profitto l’esame di Chirurgia Generale”. E, sebbene non sia solito scrivere dei miei successi in pubblico, questo è il mio blog e questo è uno degli avvenimenti più importanti che mi siano successi negli ultimi tempi. Avevo bisogno di scriverlo perché sarà importante per tutto ciò che succederà nei prossimi mesi. E’ stato un onore seguire le lezioni del Prof. Miccoli, esperto mondiale di endocrinochirurgia e inventore della tecnica mini-invasiva di tiroidectomia video-assistita, un po’ meno soddisfatto della conduzione dell’esame con le domande dei sui collaboratori. Ma l’importante è ciò che è stato. E ciò che sarà. A breve. Molto a breve, spero.