Giu 12

Quello che segue, come il microchip nel cervello di qualche giorno fa, rappresenta un sogno della medicina. Mi piacerebbe far parte di questo sogno perché è anche il mio.

I topi paralizzati riprendono a correre
I ricercatori: “Test sull’uomo fra pochi anni”

Su New Scientist i risultati insperati ottenuti al Politecnico di Losanna. I ricercatori hanno applicato un metodo che combina un intervento di “risveglio” dei neuroni “dormienti” del midollo spinale e una riabilitazione sostenuta da un sistema robotizzato

ROMA – Topi paralizzati in seguito a gravi lesioni spinali hanno ripreso a camminare e correre grazie a una innovativa tecnica di riabilitazione combinata messa a punto da un team di ricercatori svizzeri del Politecnico federale di Losanna. Lo studio e i risultati della sperimentazione sono stati pubblicati sulla sito New Scientist e sulla rivista Science.

Il metodo, che apre nuove prospettive della ricerca sulle possibile terapie per affrontare la paralisi anche negli uomini, è stato realizzato attraverso due fasi. La prima è consistita nel “risveglio” dei neuroni dormienti, ottenuto con una stimolazione di tipo elettro-chimico; la seconda è stata una riabilitazione vera e propria, condotta con l’ausilio di un’imbragatura guidata da un sistema robotizzato.

Come illustrato dallo studio su Science, per dare la sveglia ai neuroni “dormienti” del midollo spinale, si è cominciato iniettando una soluzione ricca di molecole attivatrici (chiamate “agonisti delle monoamine”) che si legano ai recettori di dopamina, adrenalina e serotonina, preparando le cellule nervose ad agire per coordinare i movimenti degli arti inferiori al momento giusto. Dieci minuti più tardi, si è proceduto con una stimolazione elettrica del midollo spinale, impiantando gli elettrodi nella parte più esterna del canale vertebrale, il cosiddetto spazio epidurale.

I topi così trattati sono stati quindi messi alla prova posandoli sulle zampe posteriori sopra una superficie piana e inducendoli al moto attravero un’esca a vista, un pezzo di cioccolato posto poco distante. In questa fase gli animali sono stati sostenuti da una piccola imbragatura collegata a un sistema robotizzato che interviene nel caso che il topo perda l’equilibrio. Il test è stato ripetuto fino a quando ha ottenuto un risultato insperato.

“Dopo un paio di settimane di neuroriabilitazione – spiega nello studio il coordinatore del  team di Losanna, Gregoire Courtine – i nostri topi non solo cominciano a camminare volontariamente, ma riescono anche a sprintare, salire le scale ed evitare gli ostacoli”. Courtine si dice ottimista riguardo alle future possibili applicazioni per la salute umana, e pensa che nel giro di un paio di anni possa cominciare la sperimentazione presso il centro specializzato per le lesioni del midollo spinale del Balgrist University Hospital di Zurigo.

da www.repubblica.it



Giu 4

Mente bionica, un chip nella testa e la tecnologia creò il supercervello

Sistemi informatici che permettono ai ciechi di vedere, protesi cibernetiche per far camminare i disabili. La medicina hi-tech trasforma sempre più l’uomo in una macchina. E avvicina la realtà alla fantascienza. Impiantato nel cranio un software può ridare la parola ai pazienti che l’hanno persa. E gli scienziati già si domandano se finiremo tutti teleguidati come in Johnny Mnemonic

dal nostro inviato ANGELO AQUARO

NEW YORK – E adesso chi ce lo toglierà più dalla testa? Una volta che l’impianto sarà lì bello e piazzato, più o meno gentilmente infilato sotto pelle, giusto un pelino sotto, tra la calotta e il cervello vero e proprio: chi ce lo potrà più togliere dalla testa?

No, inutile ritirare fuori i soliti incubi da fantascienza. Il professor Frank Guenther, per esempio, capo del dipartimento Cognitive and Neural Systems dell’Università di Boston, ha poco da spartire col Keanu Reeves di Johnny Mnemonic. Eppure il professore ha fatto nella realtà quello che il film tratto dal romanzo di William Gibson immaginava: ha aperto il cervello di un tizio e ci ha infilato dentro una simpatica macchinetta. L’apparecchio serve a trasformare in linguaggio i pensieri del volontario: impossibilitato a parlare dopo un incidente terribile. L’operazione funziona così. Questa specie di elettrodo viene piazzato sotto la calotta, al confine della zona della corteccia cerebrale predisposta al linguaggio. L’apparecchio rivela gli impulsi del cervello e li trasferisce via radio (e già: in modulazione di frequenza, come viaggiano le canzoni e le news) a un microcomputer esterno che trasforma l’ordine in un programma di sintesi vocale, tipo quelli usati negli ultimi iPhone. Risultato: il paziente che non poteva parlare adesso parla. Tempo rilevato tra la trasmissione degli impulsi e l’ascolto della voce elettronica: 50 millisecondi. Cioè lo stesso tempo medio che tutti noi impieghiamo a trasferire i nostri pensieri alla bocca: anche se non sempre diamo l’impressione che il cervello sia collegato.

Da repubblica.it di oggi

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